07 febbraio, 2006

rantolo, ragazzi, rantolo. v.0.1

Mi sveglio non so a che ora. Forse prima delle nove. Ma non ci giurerei.

Mario è già sveglio. E va a fare il caffè.
Anche se ho gli occhi aperti, in realtà dormo ancora, allora decido di rimanere a letto ancora un po'.

Poi decido che mi devo svegliare. Vado in cucina, stropiccio un po' la faccia di Mario e facciamo
colazione.
Vado in bagno, entro ed esco, entro ed esco, come faccio sempre.

Ma oggi lo faccio solo due volte, sono brava oggi.

Non so a che punto del mio risveglio, Mario, in questo punto insomma, mi chiede:<<Ali...tutto bene?>>.

Io non lo so, non mi sembra che vada tutto bene. Non so a cosa la mia mente stia pensando di preciso ma sono infastidita. Credo di aver fatto un brutto sogno, ma non lo so, non lo so se è vero. Mi sembra di aver sognato qualche rifiuto da qualche uomo appena conosciuto ma non c'era solo questo.

Suppongo che sia un
sogno che mi abbia messa di cattivo umore, credo sia questo, non lo so.
Fatto sta che abbiamo preso il
44, Mario ha preso il mio zaino ed io mi sono rinchiusa alla Feltrinelli ed ho comprato due libri di Leavitt. Perchè Giusy ed Umberto mi hanno detto di leggerlo. Ed io ubbidisco.
Ho rubacchiato pezzi di lettura in giro per la Feltrinelli di
Largo Argentina, ho letto tutto quello che volevo ed alla fine ho scelto Leavitt, il motivo per cui ero entrata in libreria.
Una linea retta: voglio andare alla Feltrinelli perchè mi hanno consigliato
Leavitt. Vado alla Feltrinelli ma cerco qualcos'altro. Cerco di comprare di tutto e poi me ne esco con due libri di Leavitt.
Compongo, poi scompongo e ritorno all'idea principale.

La cassiera è un po' scostante ma è una guerra persa, per lei,
oggi il mio umore è messo male.
Faccio un paio di metri: devo comprare
gomme e biglietti dell'autobus.
Decido di non
attraversare sulle strisce, lo farò più avanti.
Non c'è il semaforo dove attraverso io, compongo dei saltellini come fossero corsa e vado dal bar- tabacchi.
Il cassiere è un uomo anziano, con un lielve accento napoletano. Mi infastidisce il suo accento. Sembra debba ricordarmi che devo tornare a casa. Non voglio tornare a casa? Passate più di dodici ore io non lo so ancora.

Saluto il cassiere del bar- tabacchi, cerco le
sigarette in borsa, sono sotto Palazzo Grazioli, chiamo Mario. Dopo dieci secondi esce, con il mio zaino. Mi abbraccia forte. Io me ne vado. E sono sempre di un umore inconcepibile, nel senso che non so proprio che cazzo ho stamattina.
Prendo un pullman con su scritto
Termini. E' un 100&qualcosa.
Due suore salgono lungo Via Nazionale, poco dopo la Banca d'Italia. Una delle due deve essere latinoamericana perchè ha un accento che mi sembra lo stesso di Camila.
Lungo la strada io sono vuota di pensieri.

I soli pensieri: belle quelle
scarpe ci sono pure i saldi chissà quanto costavano & che carino quel cappottino rosa, se fossi magra lo metterei, anzi no, lo metterei comunque.
Sono arrivata a Termini mentre concludevo questo pensiero. Ho cercato i soldi del biglietto in borsa, li ho messi nella tasca destra del cappotto. Automatico:sigaretta-accendino-sigaretta-io non entro in stazione con la sigaretta accesa- ora la spengo-faccio il biglietto.

Incontro un ragazzo circa della mia età che mi chiede quaranta centesimi, io li ho come resto e glieli dò. Cerco sulla carte delle partenze il mio treno. Binario19. Quello sul quale sono già. Mi siedo, non ho voglia di andare a comprare qualcosa da mangiare. Chiamo
Raffaella, non risponde, all'improvviso compare il mio treno. Tutti quelli che un secondo fa erano fermi, corrono al treno anche se sono in anticipo di cinquanta minuti. Io finisco la sigaretta, metto due euro nel distributore e vado sul treno. Manca un quarto d'ora alla partenza, non vorrei salire sul treno ma rimanere lì a Roma a fumare. Ma ho voglia di sentire la musica, in pace. ascolto prima gli yuppie flu... first of all i trust in you more than that i love you... penso che ci sono delle parti di me che riconoscono molto da vicino questi pezzettini di testo e scrivo per venti minuti. Poi mi fermo perchè le due persone accanto a me ridono un po' troppo. Allora mi chiama Raffaella. Siamo all'inizio della campagna, non c'è il sole che passava poco prima tra Roma e me. La telefonata con Raffaella è un po' difficile. Quando non la sento più smetto di chiamarla e le mando un messaggio.
Poi dopo, dopo non so che ho fatto. Nel senso che mica mi ricordo come sono passate due ore di
treno? O era solo un'ora? Ero prima di Formia, che ho fatto? Ho letto? Ho scritto? Ho sentito la musica? Non lo so, so solo che ad un certo punto, ascoltavo i Pgr.
Non ero niente fino ad un attimo prima e all'improvviso m'illumino:

...la forza è volontà e viene giudicata per quel che fa o non fa...

...la forza è volontà e viene giudicata per quel che fa o non fa...

Appunto, per quel che fa o non fa. Meglio muoversi allora, meglio non parlare, non pensarci, fare, fare quello che devo fare e zitta.