Un pomeriggio afoso, esattamente un mese fa, mi sono truccata, mi sono vestita di nero e sono andata a comprare un biglietto per ritornare a casa mia. Ho sbagliato destinazione, ho cercato un internet point e non l'ho trovato se non due ore dopo. Ho fumato seduta nella Piazza dell'Enciclopedia italiana assistita da un ragazzo in motocicletta che mi guardava come mi conoscesse. Ma non mi conosceva. E seppure mi avesse conosciuta, non avrebbe destato il mio minimo interesse.A pensarci bene, non so come mai mi trovo adesso a scrivere di un mese fa, non mi ero neanche accorta che proprio oggi parlo di un mese fa. Non mi sono accorta se non ora che sarò di nuovo a Roma tra un paio di giorni, ma ci sarò solo per toccarla, dormirne un po', ma niente giornate intere a camminare, niente pulizie per una pelle splendida.
Toccata, concerto, fuga mattutina per una vacanza a mare. Quello che ci vuole.
Adesso. Perchè un mese fa, perdutami nel Ghetto, l'unico pensiero, l'unica cosa che volevo era trovare un fottutissimo internet point per scrivere due fottutissime righe dopo una settimana di assenza e d'impegni saltati. Ma, puttanaeva, quel pomeriggio, costretta in vestiti neri, in scarpe consumate, in strade bloccate, nessun fottutissimo internet point era aperto.
Infine uno, nella parte opposta della città fu trovato ed il mio primo desiderio, soddisfatto.
Ma il secondo era lì in agguato, incombente e subdolo.
Mi sono mossa, ho soddisfatto i miei bisogni, mi sono calmata e sono uscita. Ho partecipato ad un concerto organizzato in modo splendido ma che non era quello che mi interessava. Loro suonavano e l'unica mia idea era sapere dove sarebbe andato a finire il libro che stavo leggendo.
Allora sono tornata a casa e ho dismesso i miei panni. I vestiti neri, i capelli legati, il trucco e i chilometri percorsi non esistevano più. Ho dismesso i panni di una donna che si ribella alle inefficienze della vita continuando a fare le cose. Semplicemente ho fatto le cose. Quelle che dovevo a me stessa. Ma ho preso l'autobus di mezzanottetrè perchè, dopo aver fatto la ragazza giovane ( la stessa ragazza giovane che ha comprato una fottutissima birra, che neanche ad una peroni assomigliava, a quattro euro da gli unici campani in terra romana) dicevo che, dopo aver fatto la ragazza giovane, in barba ai poveri inquilini dormienti della casa, ho acceso la lampada, che pende sempre. Si, la lampada di Mario, in qualunque modo la si muova, la si avviti o la si guardi è sempre in pendenza. E la pendenza ha poi preso anche me e tutta rannicchiata verso la luce ho letto un paragrafo di un libro di Isherwood che, come dice Valentin a Rufus, mi ha fatto sanguinare il cuore. Appena tornata a casa io ho letto queste parole:
Toccata, concerto, fuga mattutina per una vacanza a mare. Quello che ci vuole.
Adesso. Perchè un mese fa, perdutami nel Ghetto, l'unico pensiero, l'unica cosa che volevo era trovare un fottutissimo internet point per scrivere due fottutissime righe dopo una settimana di assenza e d'impegni saltati. Ma, puttanaeva, quel pomeriggio, costretta in vestiti neri, in scarpe consumate, in strade bloccate, nessun fottutissimo internet point era aperto.
Infine uno, nella parte opposta della città fu trovato ed il mio primo desiderio, soddisfatto.
Ma il secondo era lì in agguato, incombente e subdolo.
Mi sono mossa, ho soddisfatto i miei bisogni, mi sono calmata e sono uscita. Ho partecipato ad un concerto organizzato in modo splendido ma che non era quello che mi interessava. Loro suonavano e l'unica mia idea era sapere dove sarebbe andato a finire il libro che stavo leggendo.
Allora sono tornata a casa e ho dismesso i miei panni. I vestiti neri, i capelli legati, il trucco e i chilometri percorsi non esistevano più. Ho dismesso i panni di una donna che si ribella alle inefficienze della vita continuando a fare le cose. Semplicemente ho fatto le cose. Quelle che dovevo a me stessa. Ma ho preso l'autobus di mezzanottetrè perchè, dopo aver fatto la ragazza giovane ( la stessa ragazza giovane che ha comprato una fottutissima birra, che neanche ad una peroni assomigliava, a quattro euro da gli unici campani in terra romana) dicevo che, dopo aver fatto la ragazza giovane, in barba ai poveri inquilini dormienti della casa, ho acceso la lampada, che pende sempre. Si, la lampada di Mario, in qualunque modo la si muova, la si avviti o la si guardi è sempre in pendenza. E la pendenza ha poi preso anche me e tutta rannicchiata verso la luce ho letto un paragrafo di un libro di Isherwood che, come dice Valentin a Rufus, mi ha fatto sanguinare il cuore. Appena tornata a casa io ho letto queste parole:
Nondimeno...Immaginate due persone che, in questo spazio ridotto,
vivano assieme giorno per giorno, cucinino gomito a gomito
sugli stessi fornelletti, si comprimano sui gradini angusti.
Si radano di fronte allo stesso minuscolo specchio
da bagno, continuino a toccarsi, a urtarsi, a cozzare l'uno
contro il corpo dell'altro per sbaglio o apposta, sensualmente,
aggressivamente, maldestramente, impazientemente,
in collera o in amore - immaginate che profonde ma invisibili
tracce devono lasciarsi dietro ovunque! L'ingresso
della cucina è troppo stretto. Due persone che han fretta,
con i piatti in mano, sono costrette a scontrarvisi
di continuo. Ed è qui che, quasi tutte le mattine, giunto in fondo alla scala,George prova la sensazione di trovarsi all'improvviso su un limitare scosceso, frastagliato, brutalmente interrotto- come se il sentiero fosse scomparso sotto una frana. E' qui che si arresta di colpo, turbato dalla novità e, come la prima volta, sa che Jim è morto. E' morto
Rimane calmo, silenzioso, o articola, al più, un rapido
grugnito animale, come quando aspetta che passi lo spasimo.
Poi va in cucina. Questa mattina gli spasimi sono troppo dolorosi
per essere trattati sentimentalmente. Dopo, sente soltanto sollievo.
E' come superare un brutto attacco di crampi.
Il romanzo poi continua, descrivendo cose semplici, le formiche sul pavimento, l'accanimento contro questi minuscoli insetti, la vita che distrugge vita davanti ad un pubblico di oggetti-pentole, tegami, coltelli e forchette , lattine e bottiglie- che non hanno parte nel regno dell'evoluzione. Isherwood racconta la vita di tutti i giorni di un uomo solo. Incontra un ragazzo, sembra che qualcosa cambi, ma io non ho capito se c'è qualcosa che cambi veramente.
E poi non lo so perchè ho scritto questo stasera. Perchè io non lo so che cosa penso stasera. Non mi sembra di sentire la tristezza immensa che ho provato quella sera. Ma forse mi sbaglio, se non sento quella tristezza, allora che ne ho scritto a fare?









