31 agosto, 2006

Un uomo solo, Isherwood.

Un pomeriggio afoso, esattamente un mese fa, mi sono truccata, mi sono vestita di nero e sono andata a comprare un biglietto per ritornare a casa mia. Ho sbagliato destinazione, ho cercato un internet point e non l'ho trovato se non due ore dopo. Ho fumato seduta nella Piazza dell'Enciclopedia italiana assistita da un ragazzo in motocicletta che mi guardava come mi conoscesse. Ma non mi conosceva. E seppure mi avesse conosciuta, non avrebbe destato il mio minimo interesse.


A pensarci bene, non so come mai mi trovo adesso a scrivere di un mese fa, non mi ero neanche accorta che proprio oggi parlo di un mese fa. Non mi sono accorta se non ora che sarò di nuovo a Roma tra un paio di giorni, ma ci sarò solo per toccarla, dormirne un po', ma niente giornate intere a camminare, niente pulizie per una pelle splendida.
Toccata, concerto, fuga mattutina per una vacanza a mare. Quello che ci vuole.

Adesso. Perchè un mese fa, perdutami nel Ghetto, l'unico pensiero, l'unica cosa che volevo era trovare un fottutissimo internet point per scrivere due fottutissime righe dopo una settimana di assenza e d'impegni saltati. Ma, puttanaeva, quel pomeriggio, costretta in vestiti neri, in scarpe consumate, in strade bloccate, nessun fottutissimo internet point era aperto.
Infine uno, nella parte opposta della città fu trovato ed il mio primo desiderio, soddisfatto.
Ma il secondo era lì in agguato, incombente e subdolo.

Mi sono mossa, ho soddisfatto i miei bisogni, mi sono calmata e sono uscita. Ho partecipato ad un concerto organizzato in modo splendido ma che non era quello che mi interessava. Loro suonavano e l'unica mia idea era sapere dove sarebbe andato a finire il libro che stavo leggendo.
Allora sono tornata a casa e ho dismesso i miei panni. I vestiti neri, i capelli legati, il trucco e i chilometri percorsi non esistevano più. Ho dismesso i panni di una donna che si ribella alle inefficienze della vita continuando a fare le cose. Semplicemente ho fatto le cose. Quelle che dovevo a me stessa. Ma ho preso l'autobus di mezzanottetrè perchè, dopo aver fatto la ragazza giovane ( la stessa ragazza giovane che ha comprato una fottutissima birra, che neanche ad una peroni assomigliava, a quattro euro da gli unici campani in terra romana) dicevo che, dopo aver fatto la ragazza giovane, in barba ai poveri inquilini dormienti della casa, ho acceso la lampada, che pende sempre. Si, la lampada di Mario, in qualunque modo la si muova, la si avviti o la si guardi è sempre in pendenza. E la pendenza ha poi preso anche me e tutta rannicchiata verso la luce ho letto un paragrafo di un libro di Isherwood che, come dice Valentin a Rufus, mi ha fatto sanguinare il cuore. Appena tornata a casa io ho letto queste parole:

Nondimeno...
Immaginate due persone che, in questo spazio ridotto,
vivano assieme giorno per giorno, cucinino gomito a gomito
sugli stessi fornelletti, si comprimano sui gradini angusti.
Si radano di fronte allo stesso minuscolo specchio
da bagno, continuino a toccarsi, a urtarsi, a cozzare l'uno
contro il corpo dell'altro per sbaglio o apposta, sensualmente,
aggressivamente, maldestramente, impazientemente,
in collera o in amore - immaginate che profonde ma invisibili
tracce devono lasciarsi dietro ovunque! L'ingresso
della cucina è troppo stretto. Due persone che han fretta,
con i piatti in mano, sono costrette a scontrarvisi
di continuo. Ed è qui che, quasi tutte le mattine, giunto in fondo alla scala,George prova la sensazione di trovarsi all'improvviso su un limitare scosceso, frastagliato, brutalmente interrotto- come se il sentiero fosse scomparso sotto una frana. E' qui che si arresta di colpo, turbato dalla novità e, come la prima volta, sa che Jim è morto. E' morto
Rimane calmo, silenzioso, o articola, al più, un rapido
grugnito animale, come quando aspetta che passi lo spasimo.
Poi va in cucina. Questa mattina gli spasimi sono troppo dolorosi
per essere trattati sentimentalmente. Dopo, sente soltanto sollievo.
E' come superare un brutto attacco di crampi.


Il romanzo poi continua, descrivendo cose semplici, le formiche sul pavimento, l'accanimento contro questi minuscoli insetti, la vita che distrugge vita davanti ad un pubblico di oggetti-pentole, tegami, coltelli e forchette , lattine e bottiglie- che non hanno parte nel regno dell'evoluzione. Isherwood racconta la vita di tutti i giorni di un uomo solo. Incontra un ragazzo, sembra che qualcosa cambi, ma io non ho capito se c'è qualcosa che cambi veramente.
E poi non lo so perchè ho scritto questo stasera. Perchè io non lo so che cosa penso stasera. Non mi sembra di sentire la tristezza immensa che ho provato quella sera. Ma forse mi sbaglio, se non sento quella tristezza, allora che ne ho scritto a fare?





the country version of me

Valentina mi ha regalato un libro. E' Tell it all di Carver.
E' un po' di tempo che ho smesso di leggere Caver perchè mi innervosisce.
Mi innervosice il fatto che, arrivata ad un certo punto del racconto( si, questa cosa mi succede solo con i racconti perchè io le poesie le leggo male, ne leggo una da sola, quando ne ho voglia, non come fossero una raccolta) dicevo, quando leggo Carver, io, non so quello che ho letto. Cado in uno stato di estasi e di immedesimazione per il quale, se devo spiegare a parole quello che ho letto, se devo raccontare a qualcuno le azioni avvenute in quelle pagine, be' io non lo so.
Non so cos'ho letto fino ad un attimo prima. Questa cosa mi innervosisce. Mi fa odiare il sentimento d'amore che provo per la scrittura di quell'uomo.
Ma adesso, nella situazione socio - economico - politica in cui mi trovo, mi sembra piuttosto opportuno ritornare sui miei passi. Allora stanotte leggerò di nuovo un po' di Carver, ma poco. E piano.

La cosa più bella di questo libro è che nella mia vita è entrato piano.
In una delle mie tregue romane, in uno di quei momenti, ovvero, in cui io ho bisogno di farmi pulire la pelle da qualcosa che sia lontano da qui, catapultatami in un inverno elettorale nella capitale, mi sono imbattuta in una selva oscura (e, come direbbe Ferlinghetti, "non ho capito niente") di pioggia senza ombrello e senza giacca.
Andatami a riparare in Galleria anzi, in Feltrinelli in Galleria, al primo piano ho trovato questo libro di cui non conoscevo l'esistenza. Non ho voluto comprarlo però. Perchè avevo bisogno di qualcosa di nuovo. In realtà avevo voglia di leggere qualcuno che non mi spiattellasse la verità sulla vità così, senza troppi giri di parole, senza dirmelo esplicitamente. Così ho comprato un altro libro.
E da allora avevo dimenticato di :"Tell it all. Niente di complcato. Raccontiamola com'è, oggi mi scateno e racconterò questa storia".
Oggi Vale me lo ha regalato e subito ho ricordato molte altre cose.
Mi ha ricordato che, alla fine quest'inverno il peso non lo potevo sostenere. Adesso invece si.
Non m'importa chi incontrerò e chi non incontrerò nella mia vita e nei prossimi giorni. Adesso semplicemente la prendo come viene, la prendo come va.

Nata sono nata nell'Africa d'Italia,
in qualche posto e in qualche modo sono pure cresciuta.
Non c'erano chitarre ai miei tempi,
non c'erano chitarre da suonare
ma fili d'erba quanti ne volevi tu da strappare e poi soffiare.
E sì la notte, ti potevi fidanzare con la luce dei treni che fischiavano lontano.
Probabilmente cominciò con la corriera e con la ferrovia,
un uomo chiuse lo sportello e la campagna volò via.
Avevi unghie laccate sopra mani da contadina
e due orecchini di corallo di quand'eri ragazzina.
E ti leggevi i libri che parlavono solo d'amore
e poi chissà che altro avevi dentro al cuore.
E un anno passa e un anno vola
e un anno cambia faccia e una città che muore,
che protegge e che minaccia.
E un uomo con il cappello che ti accompagna alla fermata
e tu che prendi la sua mano e pensi adesso si che sono innamorata.
E non importa niente se capisci che non era vero,
c'è sempre tempo per un'altra mano e per un sogno ancora intero.
Prendila come viene, prendila come vuoi,
non t'impicciare più della tua vita che non sono affari tuoi.
Prendila come viene, prendila come va,
stella stellina, stella cadente, stella, stella.

30 agosto, 2006

cose di donne, anzi, di questa donna

Come mai quando perdi un orecchino e poi lo ritrovi, dopo un poco lo riperdi e poi lo ritrovi e poco dopo lo riperdi sempre ma poi lo ritrovi sempre fino ad un certo punto in cui lo perdi definitivamente perchè lo perdi in un luogo affollatissimo, che, ovviamente, tu frequenti solo di rado? Ovviamente quell'orecchino era chiuso, ma chiuso assai, perchè tu, quando te lo metti 'nquollo, sai che lo perderai ogni volta ma la cosa è che tu perdi sempre solo quello.


E poi ti metti le due maglie uguali, quella fucsia e quella turchese e tu non ti versi mai addosso le cose che mangi perchè non fa molto moda sporcarti di sugo o di fritto una maglia con la quale devi stare fuori ca sa almeno mezza giornata, e allora quelle due maglie tu te le sporchi, ma ti sporchi solo quelle. E allora io mi chiedo è l'inconscio che tenta di separarmi da i miei oggetti o sono solo io che sono così _________?*




*ovviamente lo spazio vuoto sta per un aggettivo che non riesco a trovare nel mio dizionario Devoto-Oli edito da Le Monnier. Ovviamente il termine è estato cercato anche nel dizionario napoletano sprovvisto di curatori ma edito da Grimaldi.
L'aggettivo di cui sopra può essere collocato in una gradazione che va dalla definizione di inceppatella a quella di ritardata mentale passando per idiota. Cari, suggerite voi un aggettivo. O, quantomeno una soluzione.

vir o mare quant'è bello





Sono tornata. Sono così felice che ho osannato la bellezza del pagamento del pedaggio a caserta sud. Sono iperativa e per questo ora vado a dormire, ho consumato troppe energie. Sono così felice di essere tornata. Sono così felice di andare a vedere il due nella madrepatria roma i tvontheradio e partire il giorno dopo per il gargano.
Mi ci voleva proprio tornare a casa. Un bacio a tutti.

26 agosto, 2006

neuer post

Quattordici gradi al sole, una settimana dopo...

Che non si dica che non ci ho provato, che non si dica che non ho sfidato la sorte, che non si dica che io qui non ci sono.

In un luogo ameno.
Un paesino della provincia di Bolzano a milleduecento metri:
Dopo un settimana di ricerca ho trovato internet. C`é tutto qui tranne le e e le u, accentate come dovrebbero, su questa tastiera.


Ci sono molte mosche, abbastanza silenzio e la ispilon messa al posto della zeta.
Che siano tutte queste cose a confondermi?
O forse che sia la lettura di lunghi brani a rendermi nervosa?
Una cosa e´ certa io qui dovrei passeggiare, andare in alto, sentire il freddo, quello vero.
Ma mi rendo conto che ho la gamba destra addormentata, le mani fredde e la mente piena e confusa. La gastrite e´andata via e vorrei fare lo stesso anche io.
Mario ha ragione, e´proprio la Patagonia il posto in cui vivere. Ma separandomi tutti i legami che ho.

Non esistono lettere accentate su questa tastiera, la zeta non é piü l´ultima lettera dellálfabeto e la a non e mai esistita.
Io, il tre vado sul Gargano. E domani lascio questo luogo ameno di cui non vedo la veritä.
Voglio un po´di casa adesso, un po´della serenitä che mi sono guadagnata. forse e solo una speranza, forse non me la sono meritata. O forse me la sono meritata e giä e´ stata consumata mentre io, neanche me ne sono accorta.

20 agosto, 2006

lost framework part II*













*e voglio sentire solo ed unicamente questo disco

lost framework


Lost framework. Ovvero: voglio partire domani all'alba e non voglio tornare in questa città se non il ventinove agosto per farmi due giorni di mare e poi andarmene a fare una quantità di mare imbarazzante nel mondo della puglia garganica. Non voglio fare altro che sbronzarmi di birra che inneggia alla libertà dell'alta pusteria o al massimo voglio sbronzarmi di grappa al mirtillo da memmedesima accattata. Voglio stare un po' quieta con i miei sogni, con il mio cuore e con i cazzo dei dubbi atavici. Vorrei se ci foss el apossibilità, del mio animo, intendo, non mangiare come se fossi una bambina povera denutrita. Vorrei riuscire a finire l'esame di cooperazione prima di tornare a napoli e vorrei sentire un po del silenzio e del rumore del riscello che passa a cento passi dal mio letto. Voglio guardare il cielo nero e buoio della montagna dalla piccola finestra del mio terrapieno e dormire, dormire come dormo in montagna: sola. (Ve l'ho mai detto che molte volte io amo la montagna?)Insomma, mi girano rumorosamente l e palle, sono insofferente, voglio fuggire via e voglio stare in un posto pieno di gente(l'esatto opposto di quello in cui io andrò). Ma a dirla tutta mi basta stare in un posto freddo e civile. Mi sono rotta i coglioni di tutta questa passionalità, sangue morto gettato a caso su gli altri. Mi sono rotta i coglioni di questo caldo, del sudore, degli ormoni messi in giro come fossero radar. Ho bisogno di una settimana, una settimana sola in un posto austero, pulito, ordinato. E freddo. Con un fiume sotto casa e senza nessuno che mi parli. Ho bisogno di silenzio. Ma solo per una settima perchè poi, a me, stare in un posto che non butta il suo sangue per terra, per continuare a vivere, non piace per niente. Anzi, a piacermi mi piace, ma a viverci io m'ammazzerei.

19 agosto, 2006

innocent cases

Ho un nuovo taglio di capelli.
I miei capelli sono molto anni sessanta.
Mentre io sembro una donna obesa degli anni trenta.
Tutto questo non mi piace affatto.
Non per il mio aspetto in sè, ma per le limitazioni che il mio corpo pone al mio vero carattere.

Detto questo, possiamo andare avanti.

Faccio dei sogni pessimi su persone che ho ormai cancellato dalla mia vita. Non faccio niente di particolare se non aspettare che si faccia una certa ora( che può essere tanto le sette, le quattro o le otto del pomeriggio) per bere. Scusate, ma, in questo periodo ho bisogno di bere.
Ho bisogno di far passare questo mese, andare in vacanza, al mare, con le mie amiche e poi dare questi esami.
Ho bisogno di dare questi esami perchè questa città mi soffoca, questa casa, non la frequento ormai più.

Tutto, si è fatto così deprimente per me.
Da anni accetto questa situazione, questa città, questa casa, con estrema remissività, impegno e rassegnazione. Ma, adesso, non ce la faccio più.
Non ce la faccio più a pesare tanto, non ce la faccio più a vivere qui, non ce la faccio a rimanere sempre sola.
Questo è tutto. Ho bisogno di partire, andare in Kenya al più presto possibile, guadagnarmi la tranquillità che mi spetta.
Ma sono la sola a dovermi occupare di quattro persone che superano i sessant'anni.
Se un giorno io trovassi qualcosa di buono da fare e dovessi tornare indietro per assistere uno di loro? Eh, cosa dovrei fare? Chi mi potrebbe aiutare? Nessuno, questo è certo.

E domani vado nel mio posto freddo, nel mio terrapieno e indosserò i miei stivali migliori, le maglie più calde che ho perchè il freddo, quello vero, sa essere qui, in fondo al mio cuore di sbarbo.

Il bello è che io sono una persona felice e serena e voglio vivere più di ogni altra cosa ma quando mi metto a scrivere esce sempre la parte più triste di me.

14 agosto, 2006

Sur

Mi sono svegliata da poco. Ho sognato di rifiutare un uomo perchè ero troppo triste per la situazione mediorientale. Ho sognato di non saper cosa fare. Mi sono svegliata e c'era di nuovo il cielo grigio sul mare, segno di tempesta. Avrei bisogno di una vacanza, come quella passata. Sul mare, sempre al mare. Una manciata di giorni e di nuovo camminerò alle montagne, senza fumare, in un paese piccolo piccolo...al freddo. Il freddo. Ma il mare è un'altra cosa. In questo caso vorrei espatriare, fuggire via. Meglio laurearsi e fuggire via. Ma sempre verso sud.



Vuelvo al Sur,

como se vuelve siempre al amor,
vuelvo a vos,
con mi deseo, con mi temor.
Llevo el Sur,
como un destino del corazon,
soy del Sur,
como los aires del bandoneon.

Sueño el Sur,
inmensa luna, cielo al reves,
busco el Sur,
el tiempo abierto, y su despues.
Quiero al Sur,

su buena gente, su dignidad,
siento el Sur,
como tu cuerpo en la intimidad.
Te quiero Sur,

Sur, te quiero.
Vuelvo al Sur,

como se vuelve siempre al amor,
vuelvo a vos,
con mi deseo, con mi temor.
Quiero al Sur,

su buena gente, su dignidad,
siento el Sur,
como tu cuerpo en la intimidad.
Vuelvo al Sur,
llevo el Sur,
te quiero Sur,
te quiero Sur...

10 agosto, 2006

factory

Stanotte non riuscivo a dormire.
Ho passato un'ora a cercare un lato del mio corpo che, steso, non soffrisse.
Il sonno stava però, lentamente, arrivando quando una delle mie mani mi ha dato uno schiaffo, in pieno petto. Sul lato sinistro, poco sopra il cuore.
Il braccio, poco cosciente, non è riuscito a prendere bene la mira.
La mano ha colpito. Non la pelle, solo il mio pensiero.

L'uomo a cui ho consacrato gli ultimi anni è tornato a sè o forse a me, è lo stesso.
Ha capito tutto, si è raccontato la verità. Posso solo gioirne. L'unica cosa che non ha capito che io, allora, avevo già superato l'amore, quello che ho detto, era il solo motivo per finirla in quel modo barbaro. E' l'amicizia che mi ha fatto male. E' la presenza della quale ho sofferto. L'ho amato, ma con lui non ho saputo vivere. Capita, certe volte capita. Posso solo piangerne adesso, ma non userò più nessuna parola per spiegare tutto questo. Se parlerò, sarà solo a lui.

C´era fra noi un gioco d´azzardo
ma miente ormai nel lungo sguardo
spiega qualcosa,
forse soltano
certe parole sembrano pianto,
sono salate, sonno di mare
chissà, tra noi, si trattava d´amore…
Ma non parlo di te, io parlo d´altro
il gioco era mio, lucido e scaltro…
Io parlo di me, di me che ho goduto
di me che ho amato
e che ho perduto…
E trovo niente da dire o da fare…
Però tra noi si trattava d´amore…
C´era fra noi un giocco d´azzardo,
giocco di vita, duro e bugiardo…
Perchè volersi e desiderarsi
facente finta di essere persi…
Adesso è tardi e dico soltanto
che si trattava d´amore, e non sai quanto…

07 agosto, 2006

di quando vai abitualmente in un locale e poi non ti ricordi perchè non ci vai più


Parliamoci chiaro:il mio pc si è fuso. Lo giuro, si è davvero fuso. Sono tornata da Roma e neanche subito ho pensato:ora controllo la posta. Ho acceso il pc ma lui si è rifiutato. Non so quanto durerà quest'assenza, ma al mio pc, alla mia connessione io ci penso almeno ogni cinque minuti. Si, lo confesso, la mia vita dipende da internet, non me nevergogno, semplicemente è così. Fortunatamente c'è mario del qual computer posso usufruire. Grazie Mario!


Ieri si è riproposta una questione: il locale.
Hai presente quando vai spessissimo in un locale, poi, all'improvviso decidi di non andarci più e neanche ti ricordi più perchè non ci vai? Allora pensi che dovresti sapere perchè non ci vai e riprovare. Poi cerchi di dare questa possibilità a quel locale, pensi di andarci ed appena ci metti piede dentro ti ricordi immediatamente che a te, quel locale non ti piace. E' semplice. Malgrado la penuria di locali, malgrado la melegria che ti prende e ti porta via, malgrado il fatto che sei incatenata in un luogo che non ti soddisfa particolarmente. Be' tutte queste cose non ti costringono a stare in un posto che tu non vuoi, ecco tutto. Andare in un posto che non ti piace, solo perchè è un occasione andarci, e noi non abbiamo voglia di perdere nessun altra occasione, alle volte non basta.
Poi alla fine basta sapere che in quel locale non ci vuoi andare, i motivi, nel caso la possibilità si ripropoga ci sarà qualcuno che te li ricorderà.

Ebbene, questa estate a Napoli per un certo tempo, studiando per un certo tempo, rilassandosi per il tempo rimanente, non è così una pessima idea. Ci sarà tempo di fare vacanza.
E c'è il mio tempo, cheva un po'a ritroso, che v aun po' in avanti alle volte, ma, mi sembra adesso un tempo così giusto per me.
Solo che necessita una quantità di birra inenarrabile. Necessita di alcol e di confusione. E fino a quando potrò permettermelo, sarò qui, a fare questo.

Un bacio, un bacio a tutti.